Negli ultimi anni il pacchetto Fit for 55 è stato la bussola della politica europea in materia di transizione energetica.
Uno degli elementi centrali del piano è la previsione di azzerare le emissioni dei veicoli nuovi entro il 2035, traducendo questo obiettivo nello stop alle immatricolazioni di auto con motore termico.
Oggi, però, lo scenario è molto meno definito di quanto appariva due anni fa.
La Commissione Europea ha avviato una revisione profonda della normativa e nelle ultime settimane sono emerse indiscrezioni molto rilevanti, riportate anche da alVolante:
il divieto potrebbe non scattare più nel 2035, ma essere rinviato al 2040, con una revisione totale degli obiettivi.
Per gli autoriparatori questa non è una semplice notizia: è un segnale concreto di come il futuro del settore sia ancora in movimento e richieda lucidità, strategia e capacità di adattamento.
Di seguito, un quadro chiaro e aggiornato.
1. La situazione normativa attuale: dal divieto del 2035 al possibile slittamento
La regolamentazione originaria prevedeva lo stop totale ai motori termici dal 2035.
Oggi la Commissione Europea sta rivedendo quel principio per vari motivi:
- ritardi sull’infrastruttura di ricarica;
- calo della domanda di EV in diversi mercati europei;
- pressioni industriali da parte dei Paesi con una forte filiera automotive;
- timori sulla dipendenza dalle batterie asiatiche.
Da qui la notizia, riportata da alVolante, secondo cui il nuovo target potrebbe essere spostato al 2040. La proroga, se confermata, darebbe all’industria cinque anni in più per adattarsi e permetterebbe un percorso di transizione più graduale.
2. Le posizioni dell’Unione Europea: verso una neutralità tecnologica
La Commissione sta lavorando a un pacchetto legislativo che dovrà conciliare due esigenze:
- rispettare gli obiettivi climatici;
- tutelare la competitività industriale europea in un mercato globale altamente instabile.
Dalle ultime dichiarazioni emerge chiaramente un cambio di approccio: non più un divieto assoluto, ma una linea basata sulla neutralità tecnologica, che potrebbe includere:
- ibrido avanzato;
- e-fuels;
- biocarburanti;
- elettrico a batteria;
- soluzioni miste a basse emissioni.
Questo spiega perché il 2035 non è più considerato un punto fermo.
3. Reazioni degli Stati membri: Europa spaccata, ma la spinta al rinvio cresce
Il dibattito ha messo in luce due fronti:
Paesi favorevoli alla revisione (Germania, Italia, Polonia, Cechia, Slovacchia, Bulgaria)
Spingono per rinviare il divieto al 2040 e prevedere eccezioni per tecnologie intermedie.
Il motivo è chiaro: tutelare la filiera industriale e dare più tempo al mercato.
Paesi contrari a qualsiasi rinvio (Spagna e parte dell’Europa del Nord). Vogliono mantenere la scadenza del 2035, sostenendo che cambiare idea ora comprometterebbe la credibilità della politica climatica europea.
Nonostante l’opposizione, il fronte favorevole al rinvio sembra oggi più influente.
4. Reazioni dell’industria: tra chi vuole il rinvio e chi chiede chiarezza definitiva
Le case automobilistiche si stanno muovendo su due linee distinte:
Industria favorevole al rinvio
Molti costruttori vedono nel 2040 una scadenza più realistica, soprattutto per adeguare gli stabilimenti e sostenere la competizione con la Cina sull’elettrico.
Industria contraria al rinvio
Marchi come Volvo e Polestar ritengono invece che l’incertezza normativa sia peggio del divieto stesso. Secondo loro, ogni revisione posticipa investimenti e produce sfiducia nei consumatori.
5. Temi chiave della revisione: perché il 2035 non è più un dogma
Cinque elementi stanno alimentando il ripensamento europeo:
- Infrastrutture insufficienti: la rete di ricarica cresce più lentamente dei veicoli elettrici immatricolati.
- Mercato EV in rallentamento: molti consumatori trovano ancora costi e autonomia poco convincenti.
- Pressione geopolitica: la dipendenza dalla Cina per batterie e materie prime preoccupa i governi.
- Competitività industriale: un cambio troppo rapido potrebbe far perdere all’Europa quote di mercato.
- Neutralità tecnologica: cresce l’idea che non esista un’unica risposta tecnica al problema della CO₂.
In questo contesto, il rinvio al 2040 diventa una soluzione politicamente percorribile.
Conclusione: cosa significa per le officine un possibile rinvio al 2040?
Il posticipo al 2040 – se confermato – non cancella la transizione energetica. La rallenta, la rende più graduale, ma non la ferma.
E per il settore dell’autoriparazione questo ha almeno tre implicazioni strategiche:
- Il motore termico rimarrà centrale per almeno 15 anni.
Il parco circolante continuerà a essere composto in prevalenza da benzina e diesel, mantenendo stabile la domanda di manutenzione tradizionale. - Crescerà la complessità tecnica.
Non avremo solo elettriche:
- ibridi plug-in evoluti,
- termici ottimizzati,
- sistemi mild-hybrid,
- carburanti sintetici.
Le officine dovranno saper gestire un mix di tecnologie più ampio, non meno impegnativo.
- Le competenze del futuro non sono rinviate al 2040.
La transizione richiede competenze nuove già oggi: elettronica, diagnosi avanzata, sicurezza ad alta tensione, gestione software dei veicoli.
In altre parole: la proroga non è un invito a rilassarsi, ma un’opportunità per prepararsi meglio.
Il vero vantaggio competitivo, nei prossimi anni, sarà detenuto dalle aziende di autoriparazione che sapranno investire:
- nella formazione;
- nell’organizzazione interna;
- nella capacità di attrarre nuova manodopera qualificata;
- nella conoscenza delle nuove tecnologie.
Il mercato non premierà chi aspetta le decisioni della politica.
Premierà chi si prepara prima degli altri.